Michael Jackson, l’icona sbiadita

Penso sia impossibile leggere il tema natale di Michael Jackson senza porsi la domanda più ovvia: chi è stato davvero? Una delle prime grandi icone del mondo libero? Uno straordinario performer dalla fisicità androgina? Un perfezionista ossessivo? Un figlio abusato che non è mai riuscito a emanciparsi dai legami familiari? Un adulto-bambino che cerca negli altri bambini l’infanzia che gli è stata negata? E, soprattutto, quanto di tutto questo trova effettivo riscontro nel tema?

Come gli altri personaggi della galleria astrale, anche Michael Jackson ha avuto la virtù e la condanna di essere stato il suo tema natale: la sua figura, la sua carriera, la sua vita sono la traduzione biografica quasi letterale di quanto suggerito nella mappa. Certo, sono considerazioni del senno di poi, non immuni dal rischio di rintracciare quegli indizi e quelle somiglianze che confermano l’ipotesi interpretativa. In ogni caso, è proprio dal limite inevitabile del post hoc che si deve partire per raggiungere il vero scopo della lettura del tema natale, che è l’individuazione del motivo ricorrente e, attraverso di essa, della definizione dell’archetipo. 

Detto anche questo, partirò da quegli aspetti del tema che sembrano confermare ciò che dovrebbe essere già noto. Il talento performativo nel canto e nella danza emerge senza dubbio dai pianeti in Leone (Mercurio e Venere) nella casa sesta, domicilio dove il segno più scenico e teatrale dello zodiaco incontra regola, disciplina e altri valori legati al dominio semantico del controllo. Il bellissimo sestile di Mercurio con Giove in Bilancia in ottava aggiunge quel di più di grazia che consente di estrarre dal movimento fisico il gesto estetico. Marte in Toro in seconda, nel domicilio terrestre del segno, porta in dote una fisicità istintiva, una sintonia immediata con la dimensione corporea, ma anche una probabile tendenza a scaricare sul corpo le tensioni psichiche (quadratura con Mercurio) e affettive (quadratura e Venere). 

Il tema natale di Michael Jackson (fonte Astrodienst)

LUNA IN PESCI: IL GENIO, LA PELLE

La Luna in Pesci in prima casa è “tecnicamente” nella posizione del Sole – la prima casa è sotto il dominio dell’Ariete, insieme al Leone uno dei due segni solari -, nel segno più poroso e immaginativo dello zodiaco. È una Luna che tutto assorbe e che da tutto può essere assorbita, in una posizione che le consente di attenuare la tendenza verginea al controllo e alla rigidità difensiva. Attenuare ma non, per usare un verbo caro ai Pesci, dissolvere: la dura quadratura con Saturno in nona casa pone un argine che, se da un lato ha il compito di proteggere la sensibilità pescina, dall’altro la costringe in una camicia di forza che accentua la vocazione del segno alla fuga e allo sconfinamento. Ma la via d’uscita è anche la porta d’ingresso (la Luna è la prima antenna sul mondo esterno) da cui il di fuori penetra nel di dentro, dalla soglia che separa il corpo dalla realtà esterna: questa porta è la pelle e, in questo caso, lo spessore è sottilissimo, la frattura così fragile da non poter nascondere i segni della violazione interna. La vitiligine che ha afflitto Michael Jackson fin da ragazzo è il sintomo di questo conflitto fra una ricettività porosa e meccanismi di difesa che intervengono dopo e troppo tardi, con durezza commisurata all’intensità del caos da reprimere. La depigmentazione e gli eccessi di chirurgia plastica sono la soluzione più ovvia a questo dissidio strutturale, “tragico”, perché precede e condiziona l’organizzazione psichica. Una soluzione simbolicamente coerente con i valori di un Sole in Vergine in casa sesta – quasi una Vergine al quadrato -, per cui l’unica via per correggere l’errore è la rimozione drastica e definitiva. Ma l’ablazione finisce per rendere ancora più palese ciò che l’ha resa necessaria: da mezzo per sopprimere la ferita, il bisturi diventa uno strumento di confessione. Per il segno più perfezionista dello zodiaco la sfigurazione non è solo un atto lesionistico, ma lo scotto da pagare per una perfezione impossibile.

LA LUNA, IL FIGLIO

Perfezionista fino all’autolesionismo è stato come noto lo stesso Jackson. Figlio di un padre spietatamente determinato a realizzare sé stesso attraverso i figli, addestrato fin da bambino a una disciplina da professionista, condannato a identificarsi con il dono di un talento naturale, vissuto tuttavia come un destino imposto. Eccolo, il paradosso, in realtà uno dei più comuni per chi abbia un po’ di esperienza con la lettura astrologica. Prima di essere il risultato dell’imposizione paterna, disciplina e talento scenico sono infatti tratti innati, sia perché riflettono i valori immediatamente leggibili di una mappa, sia perché indicano qual è il motivo ricorrente da cui prenderanno forma il carattere e il destino personale.

Questo motivo è il conflitto fra disciplina e anarchia, fra pulsione di controllo e opposta inclinazione al caos, nella misura in cui l’intensità delle forze coinvolte segnala l’impossibilità o estrema difficoltà di stabilire un confine, un limite, una soglia per evitare il punto di rottura. La storia familiare amplifica queste attitudini, dando a esse una direzione, il senso paradossale di una vocazione innata che si realizza nell’esecuzione di un copione non scelto.  

ANCORA LA LUNA

Una breve premessa prima di affrontare la questione più controversa della biografia di Jackson. Nel tema di Jackson non c’è nulla che indichi una fatale propensione all’abuso, né delle combinazioni particolari che suggeriscano con un certo grado di probabilità il destino di un bambino senza infanzia, che ha cercato nella sua Neverland il luogo dove fermare un tempo in realtà mai vissuto, o dove prolungare il tempo fermato dalla ripetizione del trauma. Quello che si può ricavare dalla lettura del tema non è l’arco di una vita, ma un’ipotesi sul modo in cui alcuni aspetti hanno favorito, attraverso circostanze, incontri, esperienze impossibili da prevedere, l’emergere di quei tratti caratteriali hanno contribuito a scrivere la vita dell’individuo, nel bene o nel male. Nessuno di questi aspetti può essere considerato una firma astrologica della genialità, dell’eroismo o della santità – ne ho parlato qui -: il quid, l’elemento che distingue una vita ordinaria da una straordinaria è qualcosa di superiore alla somma di tutto ciò che si può ricavare anche dalla lettura più approfondita. È questo il limite che bisogna accettare quando, come in questo caso, si chiede all’astrologia un responso alla grande domanda sull’origine del male: da dove, partendo da quali cause e combinazioni particolari si può spiegare una vita da santo o da assassino, da vittima o, come in questo caso, da vero o presunto responsabile di abusi su minori.

Senza entrare nel merito di una questione su cui manca tuttora una verità ufficiale, quello che l’analisi del tema suggerisce è la presenza, a livello psicologico, di una spontanea tendenza regressiva, una sorta di condanna all’infanzia iscritta nel temperamento prima che nel marchio impresso dalla storia familiare. La Luna in Pesci in prima casa è il corrispettivo simbolico di una psiche infantile, ovvero sensibile, ricettiva, creativa ma anche impressionabile, confusa, porosa; la quadratura con Saturno inibisce la spinta fusionale, trasformando l’altro da oggetto di affetto e di desiderio in una minaccia che attiva la difesa del confine. L’altro astro della vita affettiva, Venere, è in congiunzione con Urano in sesta e in Leone, una fusione a freddo tra calore leonino e gelo uraniano, che  prolunga la dissonanza fra Luna e Saturno su una tonalità diversa: il bisogno di sentirsi desiderati (Venere in Leone) viene impedito e accentuato dal senso di insufficienza collegato alla casa sesta; Urano potenzia l’effetto applicando il filtro della distanza e dell’estraniamento. Il risultato probabile è quello dell’ambivalenza affettiva: il distacco e la negazione di sé diventano la via per ottenere, più che l’affetto, quel tanto di adorazione necessaria sia per colmare il senso di inadeguatezza, sia per soddisfare quel bisogno fusionale che resta comunque un moto spontaneo, un tratto innato della psiche, e che può dichiararsi all’esterno solo attraverso un muro di vetro.

Il quadro delineato non corrisponde al fenotipo astrologico dell’abuser, ma al profilo simbolico di una natura ipersensibile, segnata nell’intimo da una scissione nevrotica tra affetti e desideri. Una combinazione che in un soggetto maschile può portare allo sviluppo precoce di quel narcisismo difensivo che è spesso il rimedio più efficace e dannoso per venire a patti con la sensazione, o meglio con il senso intimo – comune a tanti figli male amati – di essere nati senza essere stati voluti dal mondo.

L’ARCHETIPO

Da adolescente cresciuto in provincia trovavo le figure di Jackson e di altre icone del glam di quegli anni come Freddie Mercury e Prince (il mio preferito) piuttosto inquietanti. Su di esse la mia psiche di quindicenne proiettava la fascinazione per qualcosa già avvertito all’interno, tra le pieghe di sensazioni confuse e ancora innominabili. Non c’è dubbio che la scandalosità “scenica” di Jackson sarebbe per un adolescente di oggi  molto più normalizzata, perfettamente o quasi in linea con un codice estetico che lo stesso Jackson ha contribuito a rendere dominante. Lo scandalo degli abusi ha fatto sì che la sua legacy (il lascito iconografico) sia decisamente inferiore all’impatto unico e forse irripetibile sull’immaginario di quegli anni; la stessa figura di Jackson, inoltre, appare sbiadita come la traccia di un’epoca ormai fuori moda. Sbiadita, appunto, ma non condannata all’oblio. La ripulsa morale non ha portato alla damnatio memoriae, ma a una sorta di rimozione parziale, a un illanguidimento più che all’oscuramento che sarebbe stato logico attendersi.

La mia ipotesi è che alla base di questo apparente paradosso ci sia qualcosa che viene prima dello scandalo degli abusi: una ragione, un altro motivo di scandalo che ha agito a un livello anteriore e più profondo rispetto al modo in cui la vicenda è stata elaborata nella percezione collettiva. Questo motivo consiste nell’ambiguità di cui il Jackson cantante e performer è stato una versione immediatamente credibile sulla scena dell’entertainment. Lo scandalo morale ha portato quest’ambiguità fuori dalla scena, rendendola senza limite o, meglio, senza soluzione di continuità tra vita pubblica e vita privata. La cifra estetica del personaggio si è prolungata anche nella vita reale, nel privato e nella biografia dell’individuo. Il prezzo di questa violazione è lo scandalo e, con esso, l’esclusione dal consorzio umano: l’ambiguità è infatti tollerabile solo se rispetta i confini – per citare un noto pezzo della mia infanzia – tra palco e realtà. Se questi ultimi vengono violati, se l’ambiguità non riguarda più solo tratti socioculturali come genere (maschio-femmina), età (adulto-bambino), colore della pelle (bianco-nero), ma è anche morale (innocenza e crudeltà), esistenziale, allora diventa intollerabile e disturbante. La mescolanza di ciò che dovrebbe restare separato non intacca gli aspetti mutevoli, i tratti per così dire caratterizzanti dell’identità del singolo e del gruppo, ma i fondamenti stabili e non negoziabili che rendono possibile qualsiasi attribuzione identitaria. In quanto tale attiva la paura del contagio, l’horror pleni (la ripulsa fisica e morale della promiscuità) che segue all’esperienza traumatica della perdita dei confini.

SATANA, L’ERMAFRODITO

In una scena del film Fanny e Alexander, il protagonista quindicenne riceve la visita di un adolescente dai tratti efebici, che con voce e gesti melliflui lo spinge a dar voce agli istinti inconfessabili nei confronti dei familiari. Ho usato l’articolo al maschile ma avrei potuto usare quello al femminile, parlando di una giovane dall’aspetto androgino. L’adolescente (lo/la) è Satana e il suo intento è quello che lo ha reso il principe di questo mondo: dare voce a ciò che oscuro e nascosto, portare in superficie ciò che dovrebbe rimanere sepolto in quanto potenziale fattore di discordiadiaballo in greco antico vuol dire separare, disunire. Non si tratta soltanto di separare ciò che dovrebbe restare unito, ma anche di mescolare ciò che non dovrebbe mai esserlo, pena la tenuta degli argini che garantiscono la tenuta dell’ordine su cui basa la società degli uomini. La rappresentazione di Satana nel film si richiama a una tradizione che arriva alla letteratura romantica e al romanzo del ‘900 (penso ai racconti di Hoffmann e al Doktor Faustus di Mann) attraverso l’iconografia medievale, dove il diavolo viene rappresentato come un giovane dalla fisionomia efebica, interrotta dalla curva smisurata di un ventre cavo e deforme, che a sua volta si contrae nello spigolo delle gambe rinsecchite. Questo assemblaggio mostruoso fra un efebo e un satiro è il modo in cui la moralità cristiana ha assimilato la figura dell’ermafrodito, condannando l’anomico (il senza legge) come amorfo (senza forma), moralizzando o meglio teatralizzando il conflitto insanabile tra leggi della natura e norme della cultura, confinando nello spazio definito dell’iconografia un paradosso tragico della condizione umana.

SOTTRARRE ALLA LUCE

Il destino di Michael Jackson ricorda come il contatto con l’icona può avvenire solo attraverso uno schermo che protegge dall’esposizione diretta. La scena è il luogo dove ciò che affascina e respinge, che eccita e spaventa, che ci riguarda e ci è estraneo, si mostra attraverso uno specchio che lo pone alla giusta distanza per essere guardato e chiamato con il suo nome. La libertà del gesto artistico è possibile solo al di qua di una soglia che impedisce alle forze evocate di uscire dalla cornice, dalla forma che dà senso convertendo in valore e funzione sociale il potenziale distruttivo. Ed è proprio in uno spazio delimitato da regole e convenzioni, da riti e simboli annessi che questa Vergine con tre pianeti nel sesto settore ha trovato una scena, una casa dove esprimere il suo talento e realizzare il copione di quei figli male amati che hanno ricevuto un dono riservato a pochissimi. Ma il destino di questa Vergine con una Luna e l’ascendente nel segno opposto era anche quello di violare i confini: non abolendo, ma prolungando oltre la soglia del lecito, dal fuori al dentro, dal pubblico al privato, dal palcoscenico alla vita reale, dove Ermafrodito, appunto, diventa Satana. Il prezzo di questa trasgressione non è l’oblio imposto per decreto, ma la riduzione dallo status di icona in vita a quello postumo di reliquia di un passato prossimo eppure già inattuale. Come suggerito da una saggezza antica, la stessa con cui si trattano le ferite incurabili, sottrarre parzialmente alla luce è il modo per accompagnare nel buio ciò che non può più essere tollerato.

I commenti sono chiusi.

Crea un sito web o un blog su WordPress.com

Su ↑