La prima ipotesi e in un certo senso anche la più ovvia è che ad essi venga affidato un compito eroico di risanare la ferita uraniana. Per dirla nel linguaggio della psicologia, questi talenti acquisteranno dunque una funzione compensativa, tanto più efficace quanto più forte è la mancanza da colmare . Fin qui niente di strano. La psicologia, appunto, ma anche la filosofia, la letteratura e, prima fra tutte, il mito ci insegnano che l’origine della creatività e di alcune fra le più mirabili facoltà umane risiede nella materia più vile, nella fanghiglia paludosa dove ribollono istinti e pulsioni. Intelligenza, intuito, immaginazione – ma anche l’amore romantico, l’abnegazione a un ideale, – sono le virtù nettuniane attraverso cui questa fanghiglia viene trasformata in metallo nobile, nel gesto creativo che trasforma il dolore in piacere o, meglio ancora, in significato. Non è certo un caso che le vite dei grandi artisti siano caratterizzate da ferite profonde e a volte immedicabili che risalgono al primo periodo della vita. (Con questo non voglio
Tutto molto bello, almeno sulla carta e a patto che i celesti, sotto forma di talento, saggezza e fortuna, collaborino all’impresa. Se solo uno di questi elementi fosse carente, allora lo scenario più probabile sarebbe un altro. I doni di Giove, Nettuno e Plutone si presterebbero non solo a compensare il vuoto originario, ma anche alla fuga da un dolore che, per una ragione o per l’altra, è meglio non affrontare. Davanti allo sguardo pietrificante di Medusa, l’eroe Perseo sceglie semplicemente di non essere un eroe, dimenticando o fingendo di dimenticare l’esistenza del mostro. Come, di nuovo, ci mostra l’esperienza vissuta, questa è l’ipotesi più realistica e anche quella più umanamente comprensibile, dal momento che il percorso di accettazione dell’irreparabile non è quasi mai un cammino graduale verso una meta garantita, ma un attraversamento dall’esito non scontato. Questo non vale solo per gli eventi più tragici come la morte precoce di un genitore o l’abbandono alla nascita, ma anche per quelle esperienze più comuni che riguardano, ad esempio, il rapporto tra genitore e figlio. Quanti possono davvero accettare l’idea che l’amore dei genitori non sia assoluto e incondizionato, ma legato in qualche misura all’eventualità che il figlio sia o meno all’altezza delle aspettative, ai desideri, alle proiezioni degli stessi genitori? Quale genitore potrebbe anche solo accettare l’idea di amare il proprio figlio ? Chiunque sia abbastanza esperto del mestiere di vivere, dovrebbe sapere come queste forme di banale, tragicità quotidiana possano lasciare, al pari e a volte anche più di eventi , delle tracce profonde e dolorose nella psiche dell’individuo. Alla base di tanto malessere psicologico c’è spesso tentativo di fuga dal dolore alla ricerca di una falsa immagine di sé presso un mondo esterno che assume, a seconda dei casi, il ruolo di palcoscenico o di tribunale. E anche qualora la recita fosse apprezzata dal pubblico, il prezzo da pagare potrebbe quello di una vita , ma in fondo vuota, perché priva di relazioni significative, da problemi che vanno dall’incapacità di empatia alla perdita, nei casi più gravi, del senso della realtà.