
Le vite dei santi si somigliano un po’ tutte: nella vicenda biografica, nelle svolte che determinano la vocazione, nel modo di vivere la fede, nella fine che conferma l’eccezionalità di un destino che proseguirà dopo la morte del corpo. Come la genialità, anche la santità è di fatto un mistero, poiché la presenza di alcuni speciali talenti e di alcuni tratti ricorrenti non basta a spiegare l’unicità di un carattere e una biografia.
La figura di Thérèse è spesso accostata a quella di Bernadette, altra giovanissima divenuta oggetto di devozione popolare nella Francia dell’800. A differenza della pastorella di Lourdes, Thérèse cerca (riuscendo) di ripetere il modello di quei santi-dottori caratterizzati fin da giovanissimi da una vocazione e una conoscenza straordinariamente precoce della dottrina. Da questi ultimi Thérèse si distingue per un approccio alla fede che molti hanno tacciato di ingenuità, ma che forse sarebbe più giusto definire di “semplicità esibita”, col supporto di doti retoriche e dialettiche fuori dal comune (Marte e Ascendente sono in Bilancia e in prima casa: torneremo su questo aspetto). Come per la sua omonima Teresa de Avila, anche per Thérèse possono valere le interpretazioni che collegano la santità a delle particolari dinamiche psicologiche. Dal punto di vista astrologico questa figura di santa geniale, così simile e così diversa da tutte le altre, ci permette di sollevare alcuni interrogativi sul rapporto fra il tema natale e un’individualizzazione che si compie attraverso la scelta radicale della vocazione. E sì, anche di provare a decifrare, senza nessuna pretesa di arrivare a un responso ultimo, il grande mistero della santità.
Il tema natale

La gioia non si trova negli oggetti che ci circondano, si trova nell’intimo dell’anima, si può possedere tanto in una prigione quanto in un palazzo – Manoscritto A, 65
Marie-Françoise Thérèse Martin nasce ad Alençon il 2 gennaio 1873, sotto il segno del Capricorno e con Ascendente in Bilancia. Ultima di quattro figlie, viene orientata insieme alle sorelle alla vita religiosa da entrambi i genitori, i quali avevano a loro volta rinunciato a prendere i voti. Rimasta orfana all’età di quattro anni, Thérèse dichiara fin da bambina – con quel misto di fermezza e di ingenuità che la contraddistinguerà anche in seguito – l’intenzione di diventare santa. La visione, a dieci anni, di una grande “T” nel cielo stellato la convince definitivamente a intraprendere il percorso, che sarà caratterizzato da un alternarsi (Luna in Pesci) di slanci di entusiasmo e crisi ricorrenti, a partire dalla “strana malattia” che la coglie nella sera di Pasqua del 1883. Riuscirà, con la tenacia tipica del Capricorno (il Sole è congiunto a Saturno in quarta casa), ad essere la prima novizia a entrare nel Carmelo di Lisieux prima dei sedici anni, nel 1888. In convento la giovane monaca si guadagnerà il favore e la stima delle consorelle, diventando prima assistente della priora Marie de Gonzague (in quel periodo maestra delle novizie) e poi vicaria quando la stessa verrà rieletta priora. Ma l’attività principale di questo periodo è la scrittura, con la quasi febbrile corrispondenza con altri religiosi e la stesura di testi teatrali, preghiere e, soprattutto, dei tre scritti autobiografici in cui viene esposto l’ideale della “piccola via”. L’opera, commissionata in realtà da madre De Gonzague (di nuovo Capricorno-obbedienza), sarà pubblicata a cura delle sorelle di Thérèse con il titolo Storia di un’anima.
Gli ultimi anni sono segnati dalla morte del padre (1894) e dallo scandalo di Diana Vaughan (1896). Nella sera di Pasqua del 1895 si manifestano i primi sintomi della tubercolosi: la malattia farà sprofondare Thérèse in una “notte della fede”, portandola a dubitare dell’esistenza di una vita ultraterrena e del senso stesso della vocazione religiosa.
Morirà il 30 settembre, a 24 anni, al termine di una lunga agonia. La pubblicazione dei manoscritti avverrà l’anno dopo, con un successo immediato nell’ambiente religioso francese. La storia della piccola santa di Lisieux era appena iniziata.
Mercurio in terza, Marte in prima: una “petitesse” incisiva
Non posso temere un Dio che si è fatto così piccolo per me… Lo amo!… Perché Lui è solo amore e misericordia! – Lettera 266
“Piccolissima” è il modo in cui Thérèse definisce sé stessa nelle tantissime lettere che scriverà nel giro di pochi anni. Del resto Mercurio in terza casa – nel domicilio del pianeta – fa della scrittura una sorta di approccio primario all’esistenza. Il fatto che il pianeta sia in esilio nel segno del Sagittario può spiegare sia le grandi capacità retoriche (Sagittario-parola) sia la carenza di spessore logico-dialettico rispetto ai testi di altri dottori della Chiesa. In ogni caso, lo zelo con cui Thérèse si sforza di divulgare il suoi ideale di petitesse (piccolezza, umiltà), suggerisce una volontà di affermazione che sa mostrarsi senza tradirsi, in linea con la combinazione Marte-Bilancia in prima casa.
Come il Sole in Capricorno e in quarta casa, anche Marte è nel settore del segno opposto, l’Ariete. L’impeto assertivo viene dunque frenato dalle cautele della Bilancia, che a sua volta provvede a rendere comunicabile o, meglio, a tradurre in forme socialmente accettabili un’espressione altrimenti troppo immediata. Si potrebbe parlare di un’ipocrisia istintiva, filtrata molto probabilmente sia dall’ambiente cattolico in cui Thérèse è cresciuta, sia da una morale che impediva (e impedisce tuttora) alle donne di mostrare l’ambizione in modo troppo diretto. L’ambizione in ogni caso è iscritta nel carattere, come indicano i valori del segno solare, ma anche la collocazione di Urano in decima casa, che lega il desiderio di affermazione (la casa decima, appunto) a quello uraniano di unicità.
Luna in Pesci e in quinta casa: appartenenza e unicità
Credere di essere imperfetti e trovare gli altri perfetti, questa è la felicità – Consigli e ricordi, 25
Thérèse è stata quello che oggi definiremmo una grande comunicatrice, in grado di trasmettere quell’immagine di-sé-per-gli-altri che ha desiderato fin da bambina. Questa immagine è in parte costruita, attraverso l’accettazione istintiva di forme e convenzioni sociali; in parte è invece spontanea e nasce da un bisogno istintivo di essere percepita come unica. La Luna in Pesci, nel segno più intuitivo, immaginativo e permeabile dello zodiaco, si trova in quinta casa, altro settore collegato come il primo all’espressione individuale: non in funzione del primato come nella casa prima-Ariete, ma bensì di quell’unicità che è di per sé prerogativa leonina. L’espressione è il mezzo per ottenere l’affermazione in quanto individuo autonomo e, soprattutto, separato dall’ambiente d’origine – dalla famiglia collegata simbolicamente alla casa quarta.
Il sogno di diventare santa nasce dunque dalla combinazione di desiderio di appartenenza (Sole-Saturno in quarta) e di bisogno di emanciparsi da ciò a cui si sente di appartenere (Luna in quinta). Entrambi spingono la figlia più piccola a riconoscersi spontaneamente nella realizzazione di un desiderio familiare, condiviso ma inaccessibile alle sorelle più grandi. L’ambizione, ingenua e smisurata come lo è quella dei bambini, muove da una Luna porosa per offrirsi al mondo con euforia e agitazione febbrile, con uno slancio avventuroso che trova subito davanti a sé l’orrore del vuoto. L’opposizione a Giove – con Nettuno il signore dei Pesci – in undicesima accentua la già forte impressionabilità e con essa la volubilità dell’umore. Da qui i frequenti tracolli emotivi, accompagnati da terribili mal di testa (Marte in prima) e altri malesseri di origine nervosa. Ma anche il talento tipicamente pescino di risalire una volta toccato l’abisso, riprendendo il percorso con la determinazione del Capricorno e di un Marte nella “sua” casa, con il supporto dell’Ascendente.
Venere e Nettuno: il caldo amore dei teologi
Mantieni puro il mio cuore, Gesù, mio amorevole sposo – Poesia 3
Agli occhi di una sensibilità cristiana, Thérèse ha avuto nella sua breve vita il privilegio di conoscere un amore più grande e profondo di quello sensuale o profano. La precocità della sua vocazione è – o dovrebbe essere – il primo segno di quella eccezionalità che caratterizza la sua come altre vite dei santi, la scelta, se così si può dire, di essere stati scelti come attori di un copione ben riconoscibile, ma riservato a pochissimi eletti.
A livello psicologico questa vocazione precoce si può ricondurre all’egocentrismo infantile della figlia più piccola. Se guardiamo invece al tema natale, la posizione della Luna indica come questo egocentrismo sia, prima che il risultato di un rapporto di ammirazione e invidia verso le sorelle, una sorta di “struttura” del carattere, un tratto che precede il ruolo di Thérèse nel suo contesto d’origine. La scelta della vita religiosa, indubbiamente condizionata dall’ambiente familiare, è legata anch’essa a una disposizione innata, suggerita di nuovo dalla posizione della Luna insieme alla sua parente e sodale Venere, coinquilina della quinta casa ma nel segno dell’Aquario. I due centri della vita affettiva occupano quindi il settore dei figli e dell’innamoramento (non della sessualità, come spesso si legge sui manuali di astrologia). Se la Luna pescina è letteralmente capace di innamorarsi di tutto, ma non per forza di qualcuno in particolare – anzi, la fissazione su un unico oggetto finisce per limitare la portata del desiderio -, la Venere uraniana (Urano è il signore dell’Aquario) arresta con mano gelida i flussi lunari, dirottandoli verso l’argine posto dalle difese della psiche.
Per portare a termine il processo che converte l’amore profano in divino è necessario un ultimo passaggio. Nettuno, nella settima casa delle relazioni sentimentali, trasporta il desiderio nelle regioni dove l’aria è più rarefatta e la pulsione erotica diventa agape o amore spirituale, mentre l’altro, l’oggetto su cui proiettiamo slanci, ardori e terrori dell’eros, diventa immagine sublimata.
Plutone in ottava: pregare per il nemico
Chiedo a Gesù di attirarmi nelle fiamme del suo amore – Manoscritto C, 36r
Nel tema natale di Thérèse Plutone occupa l’ottava casa. Il pianeta degli affetti più arcaici, dall’istinto di possesso al terrore dell’abbandono, è dunque nel suo domicilio terrestre, in posizione tale da minacciare la trasformazione dell’eros in amore agapico. La cosa non deve stupire, anzi, nel tragico (anche in senso teatrale) percorso verso la santità assume quasi un ruolo provvidenziale. In assenza di questa minaccia la fede di Thérèse sarebbe stata come quella dei teologi, astratta, geometrica, mentalizzata. Il fervore affabile che si ritrova nei suoi scritti e che rende così vicina e inconfondibile la voce di Thérèse è anche il risultato di questa lotta condotta nell’intimo, dalle prime crisi di vocazione all’ultima “notte della fede”.
L’amore divino si nutre di questa minaccia, che a sua volta tenta, sfida l’autenticità della pretesa di un amore puramente spirituale. Lo fa, come abbiamo detto, attraverso le violente crisi nervose, che hanno anche il compito di impedire (con un rimedio che può rivelarsi peggiore del male) che una forza minacciosa prenda il sopravvento. Ma lo fa anche seguendo la via opposta, cercando non di proteggersi dal male, ma avvicandosi ad esso nell’intento di guarirlo o, in termini cristiani, di redimerlo.
Thérèse ha quindici anni quando si svolge il celebre processo che condanna Henri Pranzini alla ghigliottina per l’omicidio di due donne e di una ragazzina di dodici anni. Prima dell’esecuzione, Pranzini, un libertino cosmopolita di 37 anni, aveva chiesto di baciare tre volte il crocifisso. Thérèse, che aveva seguito le vicende del processo sul quotidiano cattolico La Croix, lo interpreterà come il segno richiesto nelle preghiere per la salvezza dell’anima del condannato.
Pochi mesi prima della morte, il nome e l’immagine della santa si ritrovano coinvolte nel caso di Diana Vaughan, la presunta autrice delle Mémoires, pubblicate su una rivista mensile, in cui testimoniava la sua conversione dopo un periodo di vicinanza al satanismo. Impressionata dalla lettura del memoriale, Thérèse scrive una lettera a cui Marie de Gonzague, la priora del carmelo, allega un’immagine della giovane sorella. Quando si verrà a scoprire che Diana Vaughan era in realtà Léo Taxil, noto giornalista anticlericale, il volto e la figura della monaca di Lisieux diventeranno l’immagine della credulità del mondo cattolico.
Il mistero della santità
Passerò il mio paradiso facendo del bene sulla terra – Ultime parole
L’evento renderà ancora più doloroso l’ultimo periodo della vita di Thérèse. Alla violenza inflitta al suo corpo dalla tubercolosi, si aggiunge la paura di morire prima di avere raggiunto la santità. È la sua ultima notte dell’anima, a cui si prepara senza nascondere l’angoscia davanti alla minaccia ancora più terribile dell’insensantezza.
Il sogno della “piccolissima” monaca si realizza al termine di una vita vissuta in un equilibrio tanto precario quanto tenace fra esaltazione e sconforto, fra il richiamo all’umiltà e all’obbedienza e la grandiosa aspirazione alla santità. Questi aspetti sono, a loro volta, riconducibili alle disposizioni suggerite dalla trama simbolica: la forza di volontà e il senso del dovere (Sole-Saturno in Capricorno e in quarta casa), il talento comunicativo e in particolare per la scrittura (Marte in Bilancia e Mercurio in Sagittario e in terza), il desiderio di unicità e di riconoscimento (Urano in decima) l’immaginazione feconda e le violente oscillazioni dell’umore (Luna in quinta opposta a Giove in undicesima), la tendenza alla sublimazione (Luna in Pesci e Venere in Aquario), la forte pulsionalità, da cui l’atteggiamento ambivalente verso un male da temere e insieme da redimere (Plutone in ottava).
Abbiamo stilato una “ricetta astrologica” della santità? Niente affatto. Le qualità di cui sopra avrebbero potuto incarnarsi nel destino di una poetessa o di una versione moderna di quella Giovanna d’Arco profondamente ammirata da Thérèse, ma anche di una vita segnata dalla fragilità psichica. La lettura del tema natale non spiega perché Thérèse sia diventata santa, ma suggerisce le ragioni profonde della scelta di questo copione antico e fuori dal tempo, che sancisce l’appartenenza della monaca di Lisieux alla grande famiglia delle sante e dei santi nonché del racconto delle loro vite esemplari. Una famiglia dove la Teresa “più piccola” (in rapporto all’omonima Teresa de Avila) ha potuto essere riconosciuta come figura “consimile” (dotata di tutti i requisiti e le prerogative del caso) eppure diversa, unica nell’incarnare un modello di santità indubbiamente tradizionale ma, allo stesso tempo, radicalmente originale.
Thérèse
Farò cadere una pioggia di rose – Ultime parole
Nel bellissimo film che Alain Cavalier ha dedicato a Thérèse, c’è una scena che riassume il mistero della piccola santa di Lisieux. Nella cucina del convento, un’aragosta si muove agonizzante sulla tovaglia di un bianco neutro che spicca rispetto al legno scuro del tavolo. La giovane reagisce alla vista con un orrore trattenuto, fatto di stupore davanti a qualcosa che viene visto per la prima volta ma che appare tuttavia come già visto. Un’ingenuità spontanea che muta improvvisamente in una saggezza istintiva, davanti allo spettacolo di una verità che si rivela nei grandi occhi scuri, fermi su ciò che si compie in quella stanza.
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